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L’intervista a Filippo Franchi: come essere assertivi in ambito privato e professionale

8 Settembre 2026Ultime NotizieRedazione SienaSalute

Con Filippo Franchi (counselor e dottore in scienze psicologiche) parliamo di assertività nelle relazioni private e professionali.

Filippo, che cos’è l’assertività e perché ne abbiamo bisogno?

L’assertività è uno stile comunicativo che ci permette di esprimerci in modo schietto e sicuro, rispettando sia noi stessi sia il nostro interlocutore. Lo scopo principale è dare voce alle nostre esigenze e, anche di fronte a chi non è d’accordo con noi, riuscire a non perdere la calma, evitando di scivolare in modalità aggressive o violente che interromperebbero la comunicazione.

Qual è il ruolo delle emozioni in questo processo? È necessario fare un lavoro su di sé prima di relazionarsi con gli altri?

È fondamentale. Dobbiamo mediare costantemente tra intelligenza cognitiva ed emotiva. Le emozioni ci stimolano e ci avvisano: conoscerle serve a capire i nostri reali bisogni. Ad esempio, se in una relazione o in un contesto comunicativo sentiamo un fastidio “alla pancia”, significa che c’è qualcosa che non va. Dobbiamo anche imparare a riconoscere e dire quando stiamo bene. La consapevolezza di sé e il dialogo interiore sono la base per essere assertivi e sicuri.

Molte persone fanno fatica a dire “no” e provano un forte senso di colpa. Come si gestisce questa dinamica?

Accade perché siamo fortemente condizionati dal giudizio altrui e temiamo di scontentare l’altro. Tuttavia, dire di no è vitale: quando diciamo di “no” all’altro, stiamo dicendo di “sì” a noi stessi e ai nostri bisogni. Se diciamo sempre di sì per evitare il senso di colpa, accumuliamo frustrazione e rabbia. Questa rabbia repressa finisce per esplodere, portandoci a rispondere in modo aggressivo e danneggiando la relazione.

La rabbia è un’emozione comunissima. In che modo il counseling ci aiuta a gestirla concretamente?

Ognuno di noi ha un limite biologico oltre il quale “la vista si appanna” e il cervello smette di ragionare. Il segreto è conoscerci per fermarci prima di superare quella soglia. Dobbiamo imparare ad ascoltare l’altro senza pregiudizi o “film mentali” (tipo: “mi dice così perché mi odia”), concedendo tempo a noi stessi e fiducia all’interlocutore.

Oggi siamo circondati da aggressività, sia virtuale sia reale. Come possiamo difenderci dall’odio senza farci travolgere?

Dobbiamo fare una netta distinzione: l’odio social si auto-alimenta. Rispondere per far valere le proprie ragioni è inutile e controproducente. La regola qui è interrompere e non rispondere, ignorando gli odiatori (spesso profili fake). Di persona invece dobbiamo dire chiaramente all’altro che le sue parole ci fanno male. Esprimere ciò che proviamo serve a noi per “tirare fuori” quell’emozione sgradevole. Se l’altro persiste nella maleducazione, interrompiamo dicendo: “Con questo tono io non ci sto, prendiamoci un momento e poi ne riparliamo”. Non è giusto subire la violenza altrui.

La gentilezza c’entra con l’assertività o rischia di farci sembrare troppo deboli o sottomessi?

Tutt’altro. Come dicono Carofiglio e Lumera, la gentilezza è un’ “arte marziale” e un segno di civiltà, non di sottomissione. Essere gentili non significa essere “buonisti” creduloni: si può ribattere con fermezza e tono assertivo rimanendo educati. Inoltre, la gentilezza rende il conflitto costruttivo. Il conflitto è sano se è bilanciato, cioè se le parti sono paritarie e imparano qualcosa di nuovo insieme. Se diventa sbilanciato (uno domina e l’altro subisce), si trasforma in violenza o sterile litigio.

Come ci si comporta se in ufficio un collega o un capo usa toni aggressivi?

Con un collega (rapporto paritario) possiamo rimandargli direttamente che il suo atteggiamento non è gradito e non lo accettiamo. Con un capo (rapporto asimmetrico) è più difficile per via della gerarchia, ma possiamo comunque fargli presente, con estrema gentilezza, che quel comportamento ci infastidisce e compromette la serenità lavorativa. Se il capo è ragionevole, correggerà il tiro; se non lo è, avremo comunque il beneficio di esserci fatti valere. Ai manager ricordo: per chiedere uno sforzo ai collaboratori, usate sempre feedback assertivi e gentili, senza urlare.

E nelle relazioni intime? Spesso accumuliamo “non detti” per evitare discussioni, per poi sbottare all’improvviso.

I “non detti” generano profonda frustrazione. Nella coppia bisogna parlare il più possibile, stabilendo confini e regole condivise. Litigare non è un male assoluto: se in una coppia non si litiga mai, spesso significa che non ci si sta parlando davvero. È fondamentale imparare a negoziare e mediare. Con i figli, invece, la relazione è asimmetrica: non dobbiamo cercare la parità, ma comunicare in modo autorevole e mai autoritario.

Redazione SienaSalute

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