Con Cinzia Fabbrizzi, insegnante di yoga, abbiamo esplorato cosa si nasconde davvero dietro questa antica disciplina, sfatando falsi miti e riscoprendo lo yoga come cammino di ascolto interiore e accettazione.
Moltissimi pensano che lo yoga sia una disciplina riservata a chi è già molto flessibile. Nella nostra società, dominata da posture rigide e ritmi frenetici, come possiamo sfatare questo primo grande mito?
Intanto ci tengo a sottolineare che la pratica dello yoga comprende vari aspetti. Quello più conosciuto e utilizzato nella nostra società è l’aspetto delle posizioni e delle posture, che forse ha assunto un’importanza esagerata rispetto alla dimensione energetica e spirituale della disciplina. Questo squilibrio deriva in gran parte dal fatto che viviamo in una società in cui l’immagine ha un ruolo centrale; siamo fortemente concentrati sull’esteriorità e sul giudizio esterno. Negli ultimi vent’anni siamo stati sommersi, specialmente attraverso i social media, da immagini di corpi e posture perfette. Molti non sanno che quelle immagini spesso ritraggono atleti, ginnasti o ballerini professionisti in grado di performare a quei livelli. Lo yoga, in realtà, è adatto a tutti e a tutte le età. La rigidità non è affatto un ostacolo: lo yoga non ci chiede di essere flessibili, ma ci insegna a coltivare la flessibilità. Ci insegna a prendere coscienza dei nostri limiti e a viverli non come un fallimento, ma ad abbracciarli. Sotto la guida di un insegnante, qualsiasi posizione può essere adattata e modificata per il proprio corpo usando degli appositi supporti.
Nello yoga l’ascolto del corpo è fondamentale, mentre la nostra quotidianità è improntata sul raggiungimento continuo di obiettivi e performance. Come possiamo distaccarci da questa mentalità per ritrovare una connessione sana con noi stessi?
Il primo passo fondamentale è riconoscere la profonda diversità anatomica dei corpi. Se osserviamo le radiografie delle strutture ossee delle persone — come il bacino, le spalle o le scapole — scopriamo differenze enormi. Di conseguenza, anche le possibilità di movimento variano immensamente da individuo a individuo, e la struttura ossea è qualcosa che non può essere modificata. Chi trasmette questa disciplina deve quindi spostare l’attenzione dall’esteriorità a un lavoro profondo di ascolto, osservazione e conoscenza di se stessi. Non importa se in una determinata posizione di piegamento in avanti non riusciremo mai a toccarci i piedi. L’essenziale non è il traguardo fisico, ma il percorso che compiamo per arrivarci. Ogni postura racchiude un’essenza che non è l’immagine visiva, ma l’esperienza energetica e sottile che sperimentiamo al suo interno, dialogando anche con gli elementi naturali come terra, fuoco e aria. Per rendere lo yoga davvero accessibile, serve un dialogo costante tra allievo e insegnante: chi pratica deve sentirsi libero di esprimere un eventuale disagio, e chi guida deve essere pronto a trovare gli adeguamenti più adatti.
A volte le persone vivono l’andare a lezione di yoga come l’ennesimo dovere della settimana (“devo andare in palestra, devo fare yoga”). Come possiamo trasformare questo atteggiamento mentale?
Tutto torna ancora una volta alla nostra tendenza al controllo. Dobbiamo imparare a spostare il focus dal controllo del corpo — volto a riprodurre forzatamente una posizione — a un atteggiamento di totale accoglienza, rimanendo semplicemente con ciò che c’è in quel momento. Soprattutto all’inizio, è consigliabile rimanere sempre al di sotto del proprio limite fisico, per poi imparare a esplorarlo con calma e senza fretta. Lo yoga non è un percorso che si può consumare a breve termine: richiede tempo per entrare in profondità e poterne assaporare i reali benefici. Più che una questione di predisposizione fisica o mentale, la differenza la fa l’atteggiamento con cui ci si accosta alla disciplina. Chi arriva sul tappetino con un’attitudine aperta, desideroso di cambiare qualcosa e di ascoltare i segnali che il corpo invia, ha già fatto il passo più importante. Arrivare con l’unico obiettivo di realizzare perfettamente una postura, invece, non porta molto lontano.
Settembre e gennaio sono i mesi dei buoni propositi. Molti partono con grande entusiasmo, acquistano l’attrezzatura, ma dopo poche settimane abbandonano. Quali consigli pratici ti senti di dare per partire con il piede giusto?
Oggi è diventato vitale creare degli spazi personali per disconnettersi dal vortice quotidiano, dai social media e dalla fretta costante. Dobbiamo vivere la lezione di yoga come un momento in cui far emergere i nostri reali bisogni, che spesso non riusciamo nemmeno a sentire perché siamo troppo sovraccarichi. Il mio consiglio è ripartire con calma, senza pretendere di passare subito da zero a cento. Lo yoga ci insegna a portare un “atteggiamento da vacanza” nelle nostre giornate lavorative. La parola stessa “vacanza” deriva dal latino vacare, che significa “essere vuoto”. Si tratta di creare spazi vuoti che non dobbiamo per forza riempire con attività o performance, ma in cui possiamo semplicemente essere. Questo ci protegge dal sovraccarico tipico del rientro, quando la tentazione di strafare è molto forte. Per mantenere la costanza, può essere utile iniziare stabilendo una piccola routine quotidiana di appena 10 minuti, scegliendo pochi e semplici esercizi che risuonano positivamente con noi. Lo yoga è scoperta di sé, e in questo percorso impariamo gradualmente a innamorarci di noi stessi. Sul tappetino incontriamo noi stessi, e quell’appuntamento quotidiano deve trasformarsi da semplice routine a un vero e proprio “rituale”. Mi viene in mente l’incontro tra la volpe e il Piccolo Principe: “Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice”. Il tappetino dovrebbe diventare quel tipo di incontro atteso con gioia.
La nostra quotidianità è caratterizzata da ritmi intensi e stanchezza accumulata. Se una sera siamo esausti o abbiamo dormito male, consigli comunque di salire sul tappetino o è meglio riposare?
Salire sul tappetino in quei momenti può rivelarsi una straordinaria opportunità proprio per accogliere e abbracciare quello stato di stanchezza. Ovviamente adatteremo la pratica: faremo meno posizioni, le manterremo per meno tempo e rispetteremo la nostra condizione del momento. Anche a me capita di avvertire forti resistenze quando sono stanca, ma quando mi spingo a praticare con questo atteggiamento di puro ascolto, il corpo risponde in modo incredibile. Il corpo avverte immediatamente quando viene ascoltato, amato e rispettato. Naturalmente, soprattutto nelle lezioni di gruppo, bisogna ricordare che le proposte dell’insegnante sono solo indicazioni: non tutto va bene per tutti in ogni momento, e la vera maestria sta nel sintonizzarsi con ciò che è possibile fare per noi in quel preciso istante.
Come può lo yoga aiutarci concretamente a gestire il sovraccarico mentale e il flusso continuo di pensieri che ci bombarda?
Abbiamo a disposizione uno strumento potentissimo e sempre accessibile: il respiro. Portare l’attenzione sull’osservazione del respiro e su come questo si muove fisicamente nel corpo ci restituisce immediatamente la dimensione della nostra fisicità. Inoltre, consiglio tutte le pratiche di grounding (radicamento), che hanno proprio lo scopo di riportarci ad abitare il corpo. Camminare consapevolmente a piedi scalzi o dedicarsi a un massaggio ai piedi sono ottimi punti di partenza. Io stessa sono molto appassionata di questo tipo di lavoro, sia per l’aspetto posturale di allineamento fisico sia per l’aspetto energetico di profonda riconnessione con la Terra. Sentire cosa accade nel corpo ci impedisce di essere altrove — persi nella mente o in un futuro che non esiste — riportandoci saldamente nella fisicità, che è l’unica realtà concreta che possiamo toccare.
C’è ancora il preconcetto che lo yoga sia una disciplina prettamente femminile? Qual è la tua esperienza con il pubblico maschile?
In generale è vero che attrae maggiormente il pubblico femminile. Forse anche perché oggi le donne portano molto “sulle spalle” e sentono un forte bisogno di rilasciare queste tensioni. C’è sicuramente questo preconcetto che la allontana dagli uomini, ma in realtà molti uomini praticano e ne traggono enormi benefici. Anzi, ho notato che gli uomini, una volta superato il blocco iniziale e avviata la pratica, riescono ad essere persino più costanti delle donne nel ritagliarsi e difendere questi spazi personali.
Potete guardare o ascoltare l’intervista completa a Cinzia Fabbrizzi sul canale YouTube di SienaSalute e su Spotify, dove troverete anche contenuti dedicati e approfondimenti mirati su queste tematiche. Buon cammino e buona pratica!