Quando ci sentiamo fermi davanti a un progetto, a una scelta importante o a un cambiamento di carriera, come possiamo reagire? Ne parliamo con la dottoressa Elisabetta Ciampoli, business mentor e consulente strategica.
Elisabetta, parliamo di blocchi, soprattutto in ambito professionale e lavorativo. Come possiamo affrontare un blocco che ci causa disagio o difficoltà, e soprattutto, come riusciamo a riconoscerlo?
Riconoscere il blocco è sicuramente il primo e fondamentale passaggio. Spesso ci troviamo in una situazione di malessere generico, sentiamo gli effetti di questa situazione ma non sappiamo esattamente da dove derivi. Il blocco, infatti, non si manifesta mai dicendo: “Ciao, sono un blocco!” . Arriva invece sotto forma di conseguenze indirette: un’irrequietezza costante, insofferenza verso le solite mansioni, insoddisfazione diffusa, o la sensazione di non essere allineati o al proprio posto. Per questo, ascoltarsi è fondamentale. Dobbiamo fermarci e chiederci: “Cos’è che mi fa sentire così?”. Solo attraverso questo ascolto attivo possiamo riuscire a dare un nome a quello che stiamo provando, che è l’inizio del superamento del problema.
Succede spesso di essere presi dall’entusiasmo e da mille idee per realizzare un progetto, specialmente nel lavoro. Poi, però, arriva questa sensazione di blocco che a volte può durare mesi, se non anni. Come possiamo trasformare questa condizione di malessere in un piano d’azione vero e proprio?
Accorgersi di essere in una situazione di blocco è già un importantissimo passo avanti, perché ci porta in uno stato di consapevolezza. Tuttavia, questa consapevolezza non deve spingerci a decisioni affrettate: non significa che dobbiamo stravolgere tutto all’improvviso o fare il passo più lungo della gamba. Riconoscere il blocco ci serve invece a livello strategico: ci aiuta a capire di quali strumenti abbiamo bisogno, a quali risorse interiori dobbiamo attingere e se sia il caso di chiedere un aiuto esterno o se possiamo farcela da soli. Per visualizzare meglio questa situazione, mi piace usare la metafora del fiume. Immaginiamo di camminare tranquille sul nostro sentiero e, a un certo punto, trovarci davanti a un fiume da attraversare per andare dall’altra parte. Non sapendo come affrontarlo, ci fermiamo: quel fermarsi rappresenta il blocco, ed è una reazione del tutto normale.
In quel momento di stasi non siamo al massimo delle nostre forze. Ma se iniziamo a sforzarci di immaginare come attraversarlo e, soprattutto, cosa troveremo dall’altra parte, questo esercizio mentale ci restituisce l’energia necessaria. Pensare a cosa ci aspetta di là, a cosa potremo finalmente fare che prima non facevamo, è il vero motore per trovare la forza di superare l’ostacolo e sbloccarci.
Parliamo di un grande ostacolo: il perfezionismo. Che cosa succede nel momento in cui entriamo nel loop di voler fare la cosa perfetta e, di conseguenza, rimaniamo fermi senza riuscire ad agire?
Il perfezionismo è un vero e proprio loop mentale perché ci impone di aspettare, dicendoci che non è mai il momento giusto o che dobbiamo rivedere e correggere il progetto ancora una volta. È una trappola che ci tiene immobili. È importante capire che il perfezionismo esiste solo nella nostra testa. Pensiamo, ad esempio, a quando dobbiamo affrontare una conversazione importante con una persona a cui teniamo. Spesso ce la pianifichiamo nei minimi dettagli mentali, immaginando ogni singola parola e reazione. Poi, all’atto pratico, le parole cambiano, il tono è diverso, l’altra persona capisce un’altra cosa e tutto il nostro piano perfetto salta, lasciandoci spiazzate. Questo ci dimostra che il perfezionismo non aiuta. Come lo sconfiggiamo? Con l’esperienza. L’esperienza è l’esatto opposto del perfezionismo: significa iniziare a fare piccoli passi, piccole azioni quotidiane che ci consentono di mettere concretamente a terra le nostre idee. Solo l’azione reale e sul campo può far zittire quella vocina interna che ci esorta all’immobilità in nome di una perfezione inesistente.
Davanti a un progetto professionale, capita che i blocchi che si presentano all’inizio tendano poi a ripresentarsi in modo ciclico. È una dinamica comune? E se accade, come possiamo gestire queste fasi di maggiore difficoltà?
Sì, accade molto di frequente perché la nostra personalità ci accompagna per tutta la vita. Se per nostra natura tendiamo al perfezionismo, questa dinamica si riproporrà ciclicamente. Succedeva probabilmente a scuola prima di un’interrogazione, poi all’università, e oggi si ripresenta nel lavoro. La vera differenza sta nel modo in cui decidiamo di affrontarlo. Se scegliamo di lavorarci quotidianamente con impegno, oggi affronteremo quel blocco in modo del tutto diverso rispetto a come facevamo cinque, dieci o quindici anni fa. Il blocco si ripresenterà, ma noi avremo una consapevolezza nuova che ci permetterà di contenerlo e gestirlo al meglio. In fondo, la bellezza sta anche nella nostra unicità e nelle nostre sfumature.
C’è un altro tema fortissimo legato ai blocchi, ed è quello del cambiamento. Noi esseri umani tendiamo ad avere paura di cambiare e preferiamo rimanere nella nostra zona di comfort, in ciò che già conosciamo. Che considerazioni puoi fare su questo aspetto?
È una reazione assolutamente naturale. Quando una situazione ci chiede di cambiare, di passare da una realtà a un’altra, una parte del nostro cervello si rifiuta e ci spinge a conservarci, a rimanere nella nostra zona di comfort perché lì si sente al sicuro. È un meccanismo biologico di autoconservazione che in passato ha permesso persino all’uomo preistorico di salvarsi la vita. Tuttavia, quando parliamo di crescita professionale, dobbiamo sforzarci di superare questa fatica biologica che il cambiamento ci richiede. Dobbiamo sapere che questa resistenza iniziale è normale e non dobbiamo colpevolizzarci per questo. Ma per evolvere dobbiamo prendere coraggio. Con cautela, senza stravolgere la nostra vita dall’oggi al domani, ma facendo con decisione quel piccolo passo in avanti fuori dalla nostra zona di sicurezza.
Arriva sempre un momento in cui, per la riuscita di un progetto in cui crediamo, dobbiamo prendere decisioni importanti. Ci puoi dare qualche strategia o spunto pratico per decidere con maggiore lucidità?
Quando siamo bloccati, siamo immersi in uno stato di malessere in cui le cose non sono affatto chiare. È come trovarsi all’interno di un vortice confuso: la nostra visuale è fortemente limitata e le nostre decisioni rischiano di essere condizionate negativamente dal nostro stato emotivo e dalle nostre paure del momento. Se guardo indietro alla mia stessa vita, mi rendo conto di aver preso decisioni non lucide proprio nei momenti in cui non mi sentivo bene.
Per ritrovare la lucidità, vi suggerisco due strategie chiave:
Noi siamo esseri evolutivi. Secondo te, l’evoluzione ha a che fare con i blocchi? Un blocco arriva perché siamo in un momento in cui stiamo crescendo?
Assolutamente sì. Riprendendo la metafora del fiume, il blocco si presenta mentre stiamo camminando e andando avanti sul nostro sentiero. Ci fermiamo perché davanti a noi c’è una situazione nuova e inaspettata che richiede tempo per essere affrontata. Ma il fatto stesso che vogliamo andare dall’altra parte dimostra che stiamo continuando a muoverci. Il blocco ci sta semplicemente chiedendo di fare qualcosa in più, qualcosa che fino a quel momento non avevamo mai fatto. Quindi sì, il blocco è a tutti gli effetti un segnale di evoluzione.
Se una persona volesse cambiare lavoro o avviare un nuovo progetto professionale, o magari migliorare il proprio posizionamento, come si imposta questo percorso?
Se ci sono blocchi di natura strettamente personale o emotiva che impediscono di fare delle scelte di vita, è importante rivolgersi ai professionisti della salute. Io mi occupo specificamente di consulenza in ambito lavorativo e professionale. Dal punto di vista professionale, quando sentiamo che una situazione lavorativa non ci calza più addosso, o vogliamo evolvere — magari perché desideriamo aumentare i clienti, cambiare la nostra offerta, migliorare il nostro posizionamento sul mercato o essere percepiti in modo diverso — la soluzione non può essere standard. È un percorso estremamente personale che va costruito su misura della singola persona. La cosa per me più importante è trovare una strada che sia sostenibile. Il vero obiettivo non deve essere un’idea astratta di successo a tutti i costi, ma strutturare un modo di lavorare e di vivere che ci faccia stare bene e ci faccia sentire allineati con noi stessi.
Come può un business mentor aiutare concretamente i professionisti a superare questi blocchi e a gestire la propria attività?
Il business mentor affianca i professionisti nella gestione quotidiana e strategica delle loro attività. Lo fa attraverso l’ascolto, le domande e la creazione di una vera e propria alleanza. Facciamo un esempio pratico: pensiamo a una nutrizionista bravissima nel suo lavoro, efficiente e adorata dai suoi clienti. Saper fare benissimo il proprio lavoro tecnico è una cosa, ma gestire e strutturare un’attività professionale è tutt’altro. Significa definire il proprio posizionamento (cosa faccio e per chi lo faccio), strutturare i pacchetti e le offerte, decidere come proporli, gestire le promozioni, o capire come trovare nuovi clienti. Spesso i professionisti si trovano in una situazione in cui hanno tantissimo lavoro ma non riescono a gestirlo, perdendo opportunità, oppure attirano clienti per servizi che in realtà non vorrebbero più fare. Il business mentor serve proprio a questo: ti affianca per fare chiarezza, ascolta le tue esigenze e definisce insieme a te una struttura solida. E, come consulente strategica, il mio metodo si basa proprio sull’analisi oggettiva della situazione, mettendo in luce i punti di forza e i limiti per poi proporre e applicare una strategia su misura e condivisa in ogni passo. Non sarete mai soli in questa evoluzione.
Guarda l’intervista sul canale Youtube SienaSalute Podcast o ascolta l’audio su Spotify!