Si è concluso a SienaSalute il laboratorio di Scrittura Creativa con Filippo Franchi. Abbiamo selezionato due racconti che pubblichiamo con grande piacere, complimenti ai nostri corsisti per l’impegno e la sensibilità! Buona lettura!
Controvento, verso sud – di Francesca Maggi
Fin da quando ero bambina ho sempre ammirato le cose e le persone belle: ambienti, colori, natura, idee; per me la bellezza si trova ovunque, soprattutto nell’imperfezione. Non per questo mi sento superficiale, per me bellezza e universo sono sinonimi.
Mi rendo conto di non essere semplice da attraversare, ho stanze buie e porte che si aprono lentamente, dietro al mio rigore verso gli altri si cela una durezza decuplicata verso me stessa. C’è in me uno strato sottile, vivo come le profondità di uno stagno ma immobile in superficie, non è debolezza ma una forma diversa di sentire, le parole per me non sono mai soltanto suoni, hanno peso, temperatura, intenzione, restano sospese dentro di me e non si spengono subito. La mia permalosità è la capacità di dare importanza a ciò che altri, non tutti, lasciano scivolare via. Quando qualcosa mi sfiora lo accolgo, lo analizzo, lo porto con me a lungo. Rido spesso, con una leggerezza che sembra naturale, è il mio modo per entrare nelle stanze, di sciogliere i silenzi, di alleggerire l’aria quando si fa troppo densa, chi mi guarda da fuori pensa che io sia fatta di sole, eppure la mia risata è anche un mantello, e se qualcosa mi sfiora troppo a fondo io rido, per respirare. Non è finzione, è una difesa delicata. Nascondo dietro la cura della mia persona una certa insicurezza, mi piacciono gli abiti sobri e raffinati ed ho una passione per lo shopping, con buona pace dei miei armadi.
Quella mattina, quando lo squillo della sveglia tagliò l’aria, stranamente mi trovò addormentata, profondamente, e nella nebbia dei primi istanti i soliti pensieri mi affollarono la mente: far alzare le ragazze, la colazione, il borsone degli allenamenti … “Ah no, stamattina c’è Simone, posso fare con calma”. Mi stiracchiai sotto le coperte, mi alzai contro voglia e mi infilai sotto la doccia calda, pensando pigramente all’outfit che avrei indossato. Seduta davanti allo specchio osservai la mia immagine con quell’aria critica di chi non osserva solo un volto, ma anche ciò che gli sta dietro. Nei miei occhi non c’era la stanchezza fisica, nessun muscolo indolenzito, nessuna occhiaia scura, ma qualcosa di più sottile, la fatica silenziosa accumulata nei giorni ripetuti, nei gesti compiuti senza quasi pensarci.
La routine aveva iniziato a sedimentarsi dentro di me, come polvere sottile, non la vedi subito ma si posa ovunque.
Era ora di muovermi o sarei arrivata tardi in ufficio, ed era ironico, considerando la quantità insolita di tempo che avevo avuto tra le mani poco prima.
Eravamo tutti e tre seduti attorno al tavolo, in sala riunioni, come sempre il capo indossava un completo spezzato che avrà avuto, come minimo una ventina d’anni, anonimo e noioso come lui. Iniziò a parlare, aveva promesso di essere breve, ma sapevamo tutti che era una bugia, e mentre parlava di IVASS e Antiriciclaggio io mi stampai un sorriso plastificato sul volto, e lasciai che la mia mente vagasse, ritornai col pensiero a quella mattina presto, assaporando, quasi con nostalgia, la sensazione di leggerezza donatami da quel poco tempo dedicato a me stessa, ed allo stesso tempo sentendo strisciare l’inquietudine data dalla consapevolezza di vivere una sequenza ordinata e precisa, svuotata di sorpresa.
Lo squillo acuto dell’allarme arrivò da lontano, insistente, quasi irreale. All’inizio lo percepii appena, come un suono che apparteneva a un’altra stanza, a un altro momento. Poi, lentamente, mi riscosse dai miei pensieri, riportandomi bruscamente alla realtà.
Il fumo aveva iniziato a insinuarsi sotto la porta della sala riunioni in silenzio, quasi con discrezione, come se non volesse disturbarci. Eppure, nel giro di pochi secondi, l’aria era diventata pesante, irrespirabile. Ricordo che alzai lo sguardo verso la mia collega: i suoi occhi erano già spalancati, lucidi di paura. Il nostro responsabile si era avvicinato alla porta, aveva provato ad aprirla, ma la richiuse subito, tossendo.
«C’è fuoco», disse con una voce che non gli avevo mai sentito.
In quel momento capii. Non era un allarme lontano, non era qualcosa che riguardava un altro piano. Era lì, vicino. Il crepitio arrivava ovattato, ma reale. Il fumo si faceva sempre più denso, e ogni respiro era una fatica.
Mi sedetti senza rendermene conto. Le mani tremavano. Pensai: morirò qui. Non in modo drammatico, non con urla o gesti eroici. Semplicemente così, soffocata, in una stanza qualunque, in un giorno qualunque.
E allora arrivarono loro.
Le mie figlie. Le vidi come se fossero davanti a me: i loro sorrisi, le loro voci. Pensai che non le avrei più riviste, che non avrei più sentito le loro risate riempire la casa. Poi mio marito. Il suo modo di guardarmi la sera, stanco ma presente. Tutto quello che avevo dato per scontato mi colpì addosso con una violenza insopportabile.
E insieme a quel dolore arrivò un pensiero ancora più amaro: la mia vita è stata vuota. Tutte le corse, le scadenze, le riunioni come quella… per cosa? Quante volte avevo rimandato, quante volte avevo detto “poi”, “un giorno”.
Se fossi uscita viva da lì, mi dissi, non avrei più rimandato niente. Avrei preso il primo aereo per l’Africa, senza pensarci due volte. Avrei riempito la mia vita di qualcosa che avesse senso, di qualcosa che mi facesse sentire viva davvero.
Un colpo violento alla finestra mi fece sobbalzare.
Erano i vigili del fuoco.
Non so quanto tempo fosse passato, forse minuti, forse un’eternità. Vidi le loro sagome oltre il vetro, i gesti decisi. Aprirono, gridarono qualcosa che all’inizio non capii. Poi indicavano in basso.
Un enorme cuscino di salvataggio.
Il nostro responsabile esitò un secondo, poi annuì. «Dobbiamo saltare.»
Il cuore correva impazzito, senza più controllo. La mia collega scoppiò a piangere. Io mi alzai, quasi senza sentire il mio corpo. Il fumo ormai era ovunque.
«Vai tu», mi disse uno di loro.
Mi arrampicai sul davanzale. Il vuoto sotto di me mi fece girare la testa. Per un istante pensai di non farcela. Poi chiusi gli occhi e rividi i volti delle mie figlie.
Saltai.
L’impatto fu violento ma morbido allo stesso tempo. L’aria mi uscì dai polmoni, ma ero viva. Viva.
Quando mi trascinarono via e vidi gli altri saltare a loro volta, scoppiai a piangere. Non per la paura, ma per qualcosa di diverso.
Per la seconda possibilità che avevo appena ricevuto.
E dentro di me, lo sapevo, quella promessa non l’avrei dimenticata
La sera arrivò con una lentezza quasi dolorosa. Apparecchiai la tavola come avevo fatto migliaia di volte: i piatti, i bicchieri, il cestino del pane. Le mani però non mi obbedivano per bene. Tremavano appena, come se avessero ancora addosso qualcosa di invisibile.
Forse il fumo.
Ogni tanto mi sembrava ancora di sentirlo. Un odore acre, secco, che si infilava nei polmoni e faceva bruciare gli occhi. Bastava chiuderli un secondo e tornavo lì.
Il corridoio dell’ufficio pieno di fumo, il crepitio delle fiamme dietro la porta, il calore che avanzava piano.
E quella paura.
Non era una paura normale, non era come quando temi di sbagliare qualcosa o di arrivare in ritardo. Era una paura primitiva, enorme, animale. Una paura che prendeva tutto il corpo e lo stringeva. Il cuore batteva così forte che credevo potesse scoppiare. Ricordo il momento preciso in cui ho pensato: sto per morire qui dentro.
E con quel pensiero ne era arrivato un altro, ancora più spaventoso: è questa la vita che ho vissuto?
Quando mi avevano tirato giù dal cuscino di salvataggio e avevo respirato aria vera, l’ossigeno mi aveva fatto quasi male. Ma insieme all’aria era arrivata anche una chiarezza improvvisa, brutale. Come se l’orrore di ciò che era accaduto avesse spazzato via tutte le scuse.
Ora, a cena, guardavo mio marito e le mie figlie gemelle sedute davanti a me. Ridevano, parlavano tra loro, una interrompeva sempre l’altra. Era la solita scena di sempre, eppure io la guardavo come se fosse qualcosa di fragile, prezioso, quasi miracoloso. Perché quella mattina avevo creduto di perderlo per sempre.
Sentii di nuovo il terrore salire, non quello dell’incendio, un altro, più sottile, quello di dire la verità. Presi il cucchiaio ma lo posai subito. Non riuscivo a mangiare.
“Devo dirvi una cosa”
La mia voce uscì più bassa del previsto. Le ragazze si fermarono. Mio marito alzò gli occhi dal piatto.
Per un momento pensai di non farcela. Il cuore riprese a battere forte, come nella sala riunioni piena di fumo.
“Stamattina quando c’è stato l’incendio, ho avuto paura” Mi fermai, perché la parola paura non bastava “Una paura che mi ha svuotata. Mi tremavano le gambe. Non riuscivo quasi a respirare”.
Abbassai gli occhi sul tavolo.
“C’è stato un momento in cui ho davvero pensato che non sarei uscita”
La stanza si fece silenziosa.
“E mentre ero lì … mentre aspettavo… ho sentito qualcosa dentro di me” Mi tremò la voce “una specie di domanda che non potevo più ignorare”
Sentii le dita diventare fredde.
“Ho capito che avevo passato anni a rimandare quello che provavo davvero. Sempre dopo. Sempre più avanti. Sempre quando ci sarebbe stato tempo.”
Alzai lo sguardo verso di loro.
“Ma lì dentro ho capito che il tempo non è una cosa garantita”
Mi uscì un respiro lungo, quasi un singhiozzo trattenuto.
“Io sono spaventata” dissi piano “di tornare alla mia vita come se niente fosse successo, di spegnere quella voce che oggi ho sentito così chiaramente”.
Le gemelle mi fissavano senza parlare. Mio marito aveva le mani ferme sul tavolo. Raccolsi tutto il coraggio che avevo.
“Don Mario tra due mesi partirà per l’Africa, per aiutare in una missione.”
Le parole successive mi fecero tremare.
“Io… voglio andare con lui”.
Dirlo ad alta voce mi fece sentire di nuovo quella stessa vertigine che avevo provato davanti alle fiamme: paura, sì. Ma anche qualcosa di potente, come se stessi finalmente guardando una verità negli occhi.
“Non perché non vi amo” dissi subito con la voce rotta “Proprio perché ho capito quanto vi amo. Stamattina ho capito cosa significa poter perdere tutto”.
Una delle gemelle smise di respirare per un attimo.
“ma quell’angoscia mi ha fatto vedere anche un’altra cosa…” continuai “che dentro di me c’è qualcosa che chiede di essere vissuto. Di essere dato. Di essere messo al servizio di qualcuno”
Mi passai una mano sul viso.
“Ho timore anche adesso. Di ferirvi, di sbagliare, di andare lontano.”
Guardai ognuno di loro.
“Ma ciò che mi atterrisce di più…” Sussurrai “è il pensiero di tornare a vivere come prima, dopo aver guardato la morte così da vicino”
E per la prima volta da quella mattina capii una cosa: la paura non mi stava più solo schiacciando: mi stava anche spingendo avanti.
Il silenzio restò sospeso tra noi, pesante e gelato come una coltre di neve bagnata, provavo un senso di sollievo misto a stupore, in quel momento, mentre fissavo ciascuno di loro negli occhi, leggevo lo sbigottimento che le mie parole avevano suscitato in loro, ed in me. La moglie paziente e ragionevole, la mamma amorevole e comprensiva aveva svelato una parte del proprio carattere che nessuno di loro, probabilmente, si sarebbe aspettato. Per un attimo temei, e sperai al tempo stesso, che qualcuno si arrabbiasse, piangesse, mi pregasse di non andare, ma a quanto pareva lo shock era ancora così forte da non permettere a nessuno, me compresa, di pronunciare una sola parola. Misi una mano in tasca e trovai il foulard che avevo indossato intorno al collo quella mattina, avevo lavato tutti i vestiti che avevo indossato, tranne quello. Odorava ancora di tutto ciò che avevo passato: fumo, paura, speranza, ossigeno, e improvvisamente, stringendolo, sentii di dover parlare ancora:
“Non avete niente da dire?” Domandai.
Fu come se avessi aperto le paratie di una diga: le voci uscirono tutte insieme, accavallandosi le une sulle altre, una cacofonia di domande dove i quando, i come ed i perché di sovrapponevano senza che io riuscissi a capire una sola frase di senso compiuto. Non ce n’era bisogno, sapevo esattamente ciò che ognuno di loro stava provando e come cercava di metabolizzare la notizia, sapevo anche che l’accettazione non sarebbe arrivata quella sera, ciascuno aveva i propri tempi e i propri modi: i giorni seguenti non sarebbero stati facili, ma io avevo deciso, e non avrei cambiato idea.
Rimasi sola in cucina, finalmente. Le voci della cena si erano spente da pochi minuti, ma sembravano ancora sospese nell’aria, come un’eco difficile da scacciare. Il mio annuncio, così netto, così improvviso, continuava a rimbalzarmi dentro, più rumoroso di qualsiasi parola detta a tavola.
Aprii il rubinetto e lasciai scorrere l’acqua un po’ più del necessario. Non avevo fretta. Anzi, rallentavo ogni gesto di proposito: un piatto alla volta, movimenti lenti, quasi studiati. Avevo bisogno di tempo. Tempo per riordinare le idee, per dare un senso a quello che avevo appena fatto.
La spugna scivolava sulla ceramica con un suono regolare, ipnotico. Presi un piatto, lo sciacquai, lo passai sotto l’acqua calda e poi lo portai sullo scolapiatti. Lo sollevai di nuovo, quasi senza accorgermene, e iniziai ad asciugarlo con cura, seguendo il bordo con il panno come se fosse un gesto fondamentale, come se da quello dipendesse qualcosa.
In realtà stavo solo evitando di pensare davvero.
Il silenzio era diventato pesante. Mi accorsi che trattenevo il respiro. Fu in quel momento, mentre il panno si fermava a metà del gesto e le mie mani restavano immobili sul piatto, che un pensiero mi attraversò la mente, rapido e sconvolgente: “Non ho abbastanza ferie per potermi assentare dal lavoro per un mese!”.
Il panico di non poter nemmeno iniziare la mia avventura si impadronì di me, avevo la mente vuota e nessuna idea che potesse aiutarmi. Presi il cellulare con mani tremanti e digitai velocemente un breve e conciso messaggio a mia sorella, responsabile del CAAF di una nota associazione, se non poteva aiutarmi lei nessuno lo avrebbe potuto fare.
Non feci in tempo a premere il tasto invio che già comparvero le due spunte blu, un attimo di silenzio in cui l’unico rumore che sentivo era il rombo del mio cuore nelle orecchie, ed il cellulare iniziò a squillare. Era lei. “Pronto” sussurrai “Cosa è successo?” chiese con una nota di ansia nella voce “Niente” tentai di minimizzare “Senti” mi interruppe “Non scrivi alle 11 di sera chiedendomi come fare ad assentarti da lavoro per un mese senza avere sufficienti giorni di ferie per niente” sospirai pesantemente “OK” ammisi “hai ragione” e le raccontai tutto di un fiato cosa fosse successo quella mattina e, soprattutto, perché avessi quel disperato bisogno di 30 giorni di libertà. Quando ebbi finito tra di noi cadde un silenzio immobile, indefinito, a me sembrò che durasse un’ora, probabilmente non trascorsero più di un paio di minuti, alla fine, con tono professionale sentenziò: “Bene, domattina farò un paio di telefonate e ti farò sapere”,
“Grazie” esalai “ti voglio bene” ed in quel momento gliene volevo più di quanto avessi mai fatto, per non aver fatto domande, per non avermi detto che ero pazza, per non aver giudicato. “Lo so “mi rispose burbera e riagganciò.
Fu una notte agitata, la mia mente oscillava tra il pensiero di non riuscire a partire e quello di farcela, entrambi terrorizzanti. Cosa sarebbe stato di me se non fossi riuscita a portare a compimento il mio progetto, e cosa ne sarebbe stato della mia famiglia, abbandonata, sola senza di me, se invece fossi riuscita a salire su quell’aereo? Il senso di colpa nei loro confronti mi attanagliava lo stomaco, mentre immagini di montagne di panni sporchi e le figure deperite delle bambine e di mio marito mi sfilavano davanti come incubi, il terrore di perdere questa occasione mi gelava il sangue
La mattina dopo ero uno straccio, l’azienda mi aveva concesso la giornata libera in virtù di quanto accaduto il giorno prima, ed io mi aggiravo per casa come un fantasma irrequieto, con ancora indosso il pigiama, incapace di concentrarmi su qualsiasi cosa, spostando oggetti a caso, in attesa di una risposta.
Alle 11:15 il telefono squillò.
Mi immobilizzai in mezzo al salotto, indecisa se rispondere o meno, già sapendo che quella telefonata, qualsiasi risposta avesse portato, avrebbe cambiato il mio futuro. Sfiorai il tasto di risposta senza il coraggio di proferire una sola parola “Puoi partire, la legge di bilancio di quest’anno ha prorogato l’utilizzo dei tuoi congedi parentali fino ai 14 anni delle ragazze, potrai ringraziarmi a dovere al tuo ritorno” La notizia mi arrivò addosso come una sberla, riportandomi di botto alla realtà “Posso partire?” domandai stupidamente “E’ ciò che ho appena detto” rispose mi sorella divertita “Grazie” balbettai e riagganciai il telefono senza neanche salutarla.
Sarei volata in Africa, avrei coronato il mio sogno, mi sarei sentita utile, libera, viva… avrei lasciato la mia famiglia sola per un mese, trenta lunghi giorni senza di me: il gelo che questo pensiero portò con sé scacciò con prepotenza il calore dell’emozione del viaggio. Come potevo abbandonarli? Soli e trascurati, senza la mia guida, senza le mie preoccupazioni? Ancora una volta il senso di colpa arrivò a schiacciarmi il petto e per un attimo pensai di mollare tutto, abbandonare il progetto, rinunciare al viaggio, rientrare nei panni della crocerossina che ero stata negli ultimi anni sarebbe stato facile, corretto.
Ma non sarebbe stato giusto. Non nei confronti di me stessa.
Le ragazze erano sufficientemente grandi, e mio marito, persona intelligente e responsabile, si sarebbe organizzato con il suo lavoro, così come avevo fatto io con il mio negli ultimi 13 anni, i nonni avrebbero dato una mano e tutto sarebbe andato per il meglio.
Finalmente sono al Gate 3 dell’aeroporto di Roma Fiumicino, e subito il rumore delle valigie sui carrelli, il brusio delle conversazioni in mille lingue, il bip delle macchine che leggono i biglietti mi avvolge come un’onda elettrica. L’aria è carica di profumi diversi: caffè appena fatto, pane caldo, un lontano sentore di vaniglia dai negozi duty-free.
Padre Mario guida il gruppo davanti a tutti, il passo calmo ma deciso, il volto illuminato da un sorriso che trasmette sicurezza. Ogni tanto si volta, controlla che siamo tutti insieme, e i suoi occhi sembrano dire: “Andiamo, questa avventura ci aspetta.”
Io guardo i miei compagni: mani che stringono biglietti e passaporti, zaini sulle spalle, occhi pieni di eccitazione e un po’ di paura. Ci scambiamo sguardi rapidi, sorrisi nervosi, e il cuore batte forte come il rullio di un tamburo lontano.
Poi, dall’altoparlante, l’annuncio chiaro:
“Imbarco sul volo KL 1652 per Nairobi, via Amsterdam, al Gate 3. Tutti i passeggeri sono pregati di presentarsi con i documenti pronti.”
Padre Mario apre la fila, la sua presenza è un faro tra la folla. Io inspiro profondamente, sento l’odore della carta del biglietto e l’eco dei nostri passi sul pavimento lucido del gate. Con un ultimo sorriso al gruppo, faccio il passo decisivo verso l’imbarco, pronta ad abbracciare ogni colore, suono e sorpresa che l’Africa mi offrirà.
Mentre scendo le scale che mi conducono sulla pista di rullaggio una scarica di adrenalina mi corre lungo la schiena, e in quel momento so: non sto solo salendo su un aereo, sto entrando in un’avventura che rimarrà con me per sempre. Il tempo, all’improvviso, smette di correre. Si distende, si dilata, come se ogni secondo volesse restare ancora un po’ con me.
Esco dall’aeroporto senza dire una parola, attraversando quella soglia che sa di partenze e promesse non dette. Davanti a me, il Boeing aspetta immobile e vivo allo stesso tempo, i motori già accesi come un cuore impaziente. Il sole mi investe, caldo e luminoso, quasi volesse imprimere questo istante nella memoria, fissarlo per sempre.
Sotto il ventre dell’aereo, il rumore è profondo, continuo, avvolgente. Il vento dei motori mi sfiora, mi spinge leggermente indietro, come a chiedermi se sono davvero pronta. I miei passi rallentano ancora mentre mi avvicino alla scaletta.
Mi fermo lì, per un momento soltanto, so che qualcosa sta per cambiare. Non è solo un viaggio, non è solo una partenza. È il punto esatto in cui tutto ciò che ero resta dietro, e tutto ciò che sarò inizia a prendere forma.