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Settembre: come migliorare la gestione del tempo

1 Settembre 2026Ultime NotizieRedazione SienaSalute

Abbiamo chiesto alla dott.ssa Angela Maria Bertucci, counselor, come gestire il tempo con la ripartenza.

Dott.ssa Bertucci, con l’arrivo di settembre si riattiva il classico ritmo frenetico. Dal punto di vista del counseling, qual è la primissima trappola mentale in cui cadiamo quando pensiamo alla gestione del tempo al rientro?

Di fronte al caos e ai ritmi che ripartono, la nostra mente cerca sicurezza nell’illusione del controllo assoluto: ci convinciamo che incastrare ogni ora della giornata sia l’unico modo per non annegare negli impegni. In realtà, si tratta di una vera e propria fallacia della pianificazione. Dal punto di vista del counseling, bisogna cambiare radicalmente la domanda di partenza. Invece di chiederci “Come posso fare tutto?”, la vera domanda da porsi nella prima settimana è: “A cosa posso dire di NO in questi giorni?”. Il segreto per un rientro sostenibile non è riempire ogni spazio di tempo, ma proteggere la propria riserva di energia. Solo concedendoci il permesso di rientrare gradualmente nei ritmi quotidiani possiamo prevenire il burnout e preservare i benefici del riposo estivo.

Spesso tendiamo a riempire l’agenda per senso del dovere o per ansia da prestazione. Come possiamo imparare a pianificare le nostre giornate partendo dai nostri reali bisogni di benessere e non solo dalle scadenze?

Serve un vero e proprio cambio di paradigma. Quando la nostra giornata è guidata dal senso del dovere o dall’ansia, tendiamo a considerare il tempo per noi stessi come un “avanzo“, qualcosa da risicare solo se e quando resta spazio. Per ribaltare questa dinamica dannosa, nel counseling si consiglia la pianificazione inversa: anziché inserire prima il lavoro e incastrare il resto nei buchi liberi, si fa l’opposto. Si fissa prima nel calendario ciò che garantisce la salute: orari regolari per il sonno, pasti senza fretta, attività fisica e riposo. Questi blocchi vanno trattati con la stessa dignità e inderogabilità di un appuntamento con il proprio responsabile o con un cliente importante. Il lavoro si costruisce attorno a questi punti fermi, non viceversa.

Il benessere non è un concetto astratto, ma si struttura su tre livelli che richiedono spazio ogni settimana:

  • Fisiologico: Sonno di qualità, movimento e una vera pausa pranzo staccando dagli schermi.
  • Emotivo e relazionale: Tempo intenzionale con i cari, disconnessione digitale e momenti di decongestione.
  • Creativo e cognitivo: Spazi di “vuoto” in cui la mente non deve produrre né consumare contenuti. Sono pause fondamentali per ridurre la saturazione mentale.

L’ansia nasce spesso dal perfezionismo e dalla pretesa di azzerare la lista delle cose da fare. All’inizio della giornata è utile individuare 1 o 2 attività davvero prioritarie e indispensabili, lasciando il resto nella categoria di ciò che è desiderabile ma rinviabile. Questo riduce notevolmente la pressione emotiva.

Nel mondo femminile, il rientro a settembre comporta un doppio o triplo carico: lavoro, famiglia, gestione della casa e dei ritmi scolastici. Come si lavora sulla de-colpevolizzazione quando non si riesce ad arrivare a tutto?

La sensazione di fallimento nasce dall’illusione di dover essere il motore centrale di ogni singolo ingranaggio. Nel counseling, il lavoro per disinnescare questo meccanismo non si basa su semplici “trucchi di produttività”, ma sulla ristrutturazione della percezione delle proprie responsabilità. Per liberarsi dal senso di colpa innanzitutto occorre considerarlo come un condizionamento sociale interiorizzato secondo cui la cura della famiglia sarebbe una responsabilità primariamente femminile e non un difetto personale. Comprendere che l’impossibilità di “arrivare a tutto” non è una mancanza di capacità, ma la conseguenza di un modello strutturalmente insostenibile, è il primo passo per de-colpevolizzarsi. Bisogna anche imparare a separare la Colpa reale (quando si compie un’azione intenzionalmente dannosa verso qualcuno) dalla Colpa illusoria (che nasce quando si infrange uno standard interno ad esempio: “Dovrei cucinare sempre cibo fresco”, “Dovrei avere la casa impeccabile”). Riconoscere questa seconda tipologia permette di disarmarla: non si sta facendo del male a nessuno, si sta solo accettando un limite umano. Spesso il carico non viene condiviso semplicemente perché rimane invisibile (pianificare le visite, coordinare le attività dei figli, gestire le scadenze). Il primo step è mappare chiaramente queste mansioni. Dopodiché serve una delega vera: chiedere “un aiuto” mantiene la donna nel ruolo di manager della casa; cedere invece la responsabilità totale di interi settori (ad esempio la gestione completa dello sport dei figli) ad altri membri della famiglia permette di alleggerirsi davvero, accettando che le cose vengano fatte con modalità diverse dalle proprie. Inoltre anziché subire l’incompiutezza con frustrazione, è utile trasformarla in una scelta attiva:si può stilare una lista di cose che si decide deliberatamente di non fare o di fare al minimo indispensabile durante il mese di settembre. Trasformare il pensiero da “Non sono riuscita a farlo” a “Ho scelto di non dare priorità a questo” restituisce potere personale. Abbiamo poi necessità di ridefinire il modello di “Buona Madre” e “Buona Professionista”. Il mito della presenza costante e dell’efficienza impeccabile crea solo frustrazione. Mostrare ai figli che un genitore ha dei limiti, chiede spazi per sé e non è perfetto è in realtà un insegnamento educativo prezioso: trasmette loro l’importanza della sostenibilità umana, dell’autonomia e dell’accettazione delle proprie imperfezioni; in altre parole “mi do valore”.

Spesso si sente dire che le donne debbano ritagliarsi del tempo per sé, come se fosse un lusso concessionale. Come possiamo trasformare il tempo per il proprio benessere da residuo dell’agenda a priorità non negoziabile?

La parola stessa “ritagliarsi” tradisce una vera e propria trappola culturale. Evoca l’immagine di prendere le forbici e rubare dei piccoli scarti di tempo da un tessuto che consideriamo già di proprietà altrui: del lavoro, della famiglia, della casa. Trattare il proprio benessere come un “lussuoso residuo” significa condannarsi all’esaurimento. Il tempo per sé non è una ricompensa che si “guadagna” dopo aver svolto tutti i propri doveri, ma la risorsa primaria che rende possibile svolgere quei doveri. È il parallelo della manutenzione: nessuno considera la benzina o la revisione di un’auto come un lusso, ma come requisiti operativi indispensabili per far viaggiare il mezzo. Vale la stessa regola delle istruzioni di sicurezza in aereo: bisogna indossare la propria maschera dell’ossigeno prima di aiutare chi ci sta accanto. Se ci si prosciuga, non si ha più nulla da offrire agli altri. Se l’agenda contiene solo scadenze di lavoro, impegni dei figli e commissioni domestiche, stiamo dichiarando implicitamente che la nostra salute vale zero. Bisogna applicare il Time Blocking: inserire a calendario i propri spazi di benessere all’inizio della settimana, prima di qualsiasi altro impegno. Quando qualcuno chiede disponibilità in quella fascia oraria, non occorre giustificarsi o spiegare cosa si farà. La risposta corretta è semplicemente: “In quella fascia oraria ho già un impegno indifferibile”. Perché spesso, sotto sotto, si nasconde la convinzione silenziosa che il nostro valore come persone, come genitori o come professioniste dipenda da quanto siamo disposte a sacrificarci per gli altri. Ci sentiamo “brave” solo quando ci annulliamo. Non serve stravolgere la vita o scappare per mezza giornata. La chiave è la cura dei piccoli passi: regalarci una “micro-dose” quotidiana di benessere. Bastano 20 o 30 minuti al giorno, ma che siano davvero non negoziabili. Può essere una camminata ascoltando la propria musica preferita, dieci pagine di un libro o semplicemente un caffè bevuto in silenzio.

Quale confine o no strategico suggerisce di iniziare a pronunciare per proteggere la propria energia vitale in ambito lavorativo e familiare?

Nel percorso di counseling vediamo spesso come la vera stanchezza non nasca soltanto dalla quantità di cose che facciamo ma dalla sensazione di dover essere perennemente a disposizione. Ci siamo abituati a rispondere subito, a farci carico di tutto, a rincorrere le urgenze altrui dimenticando i nostri ritmi naturali. Il primo passo per ritrovare respiro non è erigere muri radicali, ma concedersi con dolcezza un confine fondamentale: il «No alla risposta istantanea». Imparare a dire: “Mi dispiace ma in questo momento non posso”. È un atto di rispetto prima di tutto verso se stessi, da custodire con cura sia sul lavoro che tra le mura di casa. Sul lavoro, il prosciugamento emotivo e cognitivo deriva quasi sempre dalla frammentazione dell’attenzione. Quando continuiamo a interrompere ciò che stiamo facendo per rispondere a un messaggio, a una notifica o a una mail, al collega, il nostro sistema nervoso rimane in uno stato di perenne iper-vigilanza. Proteggersi significa passare dalla reazione all’ascolto. In famiglia scatta una trappola emotiva molto intima: la tendenza a scivolare nel ruolo di “risolutrici” o “risolutori” automatici di ogni problema, dimenticanza o bisogno di chi ci sta accanto. Ma prendersi cura degli altri non significa annullarsi per loro. Il “no strategico” in ambito familiare è l’invito ad abbandonare la risposta immediata e a restituire fiducia alle capacità dell’altro: Accogliere senza correre ai ripari: Di fronte a una richiesta improvvisa che non è una vera emergenza, proviamo a rispondere con pacatezza: “Comprendo la difficoltà, stasera vediamo come affrontarla” oppure, ancora meglio: “Tu come pensi di poter risolvere questa situazione?”. Accettare l’imperfezione e il dissenso: Lasciare che i nostri cari — partner o figli — provino la fatica e le piccole conseguenze delle proprie sbadataggini è un atto d’amore. Significa dire loro: “Credo nella tua autonomia”. Liberarsi dal ruolo di supervisori costanti non stacca i legami, ma li rende più sani e maturi. E soprattutto, permette a chi sostiene la casa di tornare a respirare, senza più il peso del mondo sulle proprie spalle.

Viviamo in un territorio come Siena e la sua provincia, caratterizzato da ritmi a misura d’uomo e da un contatto stretto con la natura circostante. Come possiamo valorizzare queste risorse territoriali per alleggerire lo stress quotidiano e ritrovare un tempo più lento anche durante la settimana lavorativa?

Siena ha un privilegio raro: è una città a “dimensione di respiro”. Spesso, però, chi ci vive cade nel paradosso dell’invisibilità: finiamo per percorrere le strade più belle del mondo o per vivere a dieci minuti dalle colline più suggestive con la testa china sullo smartphone o con il pensiero già proiettato al prossimo impegno. Non serve attendere il fine settimana per fare una gita nelle Crete Senesi o nel Chianti. Possiamo trasformare i nostri spostamenti o le pause di lavoro in momenti di ricalibrazione sensoriale. Fare dieci minuti di camminata sui toni caldi della pietra serena, dentro la cerchia delle mura, oppure affacciarsi da uno dei tanti punti panoramici della città per guardare l’orizzonte permette di “resettare” lo sguardo. Passare dalla visione focalizzata degli schermi (visione a tunnel) alla visione panoramica del paesaggio abbassa istantaneamente i livelli di cortisolo nel sangue. Spesso scelgo di cambiare “lenti” ed ammirare la mia città come fossi una turista che la guarda per la prima volta! Siena conserva per sua natura una struttura vicinale, fatta di spazi condivisi, vicoli tranquilli e piazze che invitano alla sosta. Possiamo scegliere di valorizzare questo aspetto praticando la “lentezza intenzionale”. È un modo per dire al nostro sistema nervoso: “Non siamo solo produzione, siamo anche presenza”. Abitare qui è un dono, ma richiede la scelta consapevole di abitare davvero il luogo in cui siamo, permettendo alla bellezza che ci circonda di rallentare i nostri battiti interiori.

Che consiglio senti di dare ai liberi professionisti, agli artigiani e ai lavoratori dipendenti della nostra comunità per evitare di essere assorbiti dal burnout d’inizio autunno?

Il mio consiglio parte da un’osservazione fondamentale: ogni lavoratore della nostra comunità vive una forma diversa di pressione emotiva e non esiste una ricetta unica per tutti. A tutti loro vorrei però suggerire tre gesti di cura quotidiana:

  • sostituire la cultura del “resistere” con quella del “riparare”, riconoscere quando la stanchezza non è solo fisica ma emotiva per cui non aspettare che il corpo ci fermi con un sintomo ed imparare a concedersi piccole pause di riparazione prima di toccare il fondo;
  • definire la propria “Soglia di Sostenibilità”: chiedersi con totale onestà: “Qual è il ritmo che posso davvero mantenere nei prossimi tre mesi senza ammalarmi e senza perdere il piacere di ciò che faccio?”;
  • custodire un “Rituale di Chiusura” a fine giornata: il burnout si alimenta quando la giornata lavorativa non finisce mai davvero nella nostra testa. È fondamentale creare un piccolo gesto simbolico che segni il passaggio dal tempo del fare al tempo dell’essere. Può essere chiudere a chiave il laboratorio o il negozio, spegnere il computer con un gesto lento e consapevole, cambiare d’abito appena rientrati a casa o fare dieci minuti di camminata a passo calmo prima di ricongiungersi alla famiglia. È un segnale chiaro che mandiamo al nostro sistema nervoso: “Per oggi il lavoro è terminato, adesso torno a me”.

Se dovesse indicare un piccolo esercizio quotidiano o un rituale di consapevolezza di 5 minuti per affrontare i momenti di sopraffazione durante la giornata, quale sarebbe?

Nel counseling usiamo spesso piccoli rituali per creare un “ponte” tra l’esperienza emotiva interna e la realtà esterna. Quando sentiamo che la mente è sovraccarica e il respiro si fa corto, consiglio un micro-esercizio di 5 minuti chiamato «Il Segno del Confine» (o il Punto di Ancoraggio): Appoggia entrambi i piedi a terra, senti il contatto della pianta delle scarpe con il pavimento e chiudi gli occhi o abbassa lo sguardo. Porta una mano sul petto e una sull’addome. Fai tre respiri profondi, espirando lentamente dalla bocca con un leggero sospiro. Ad ogni espirazione, immagina di scaricare a terra il peso del pensiero che in quel momento ti sta opprimendo.

Altro esercizio che consiglio è lo «Svuota-mente» che è una vera e propria valvola di sfogo. Quando viviamo momenti di forte stress, la nostra mente lavora come un computer con troppe schede aperte contemporaneamente: rallenta, si surriscalda e va in sovraccarico. Il problema è che cerchiamo di risolvere il caos mentale all’interno della mente stessa, generando un loop infinito di ansia e ruminazione. Nel counseling usiamo lo svuota-mente per un principio fondamentale: esternalizzare per alleggerire.

Ecco come praticarlo in 5 minuti:

“Prendi un foglio bianco e una penna. Imposta un timer di 3 o 4 minuti. Senza preoccuparti della bella grafia, della grammatica o dell’ordine logico, inizia a scrivere a flusso continuo tutto ciò che ti passa per la testa: scadenze, preoccupazioni, frasi in sospeso, persino pensieri banali o rabbiosi. Non devi rileggere né giudicare, solo “travasare” il peso dalla testa alla pagina. Una volta suonato il timer, osserva il foglio. In quel momento accade qualcosa di molto profondo: i pensieri non sono più dentro di te, aggrovigliati nel tuo sistema nervoso, ma sono lì fuori, sotto forma di inchiostro su carta. Hai creato uno spazio fisico di distanza tra te e la tua confusione. A questo punto puoi scegliere cosa fare di quel foglio. Puoi piegarlo e metterlo via, decidendo che te ne occuperai domani, oppure puoi compiere un piccolo gesto simbolico: appallottolarlo o strapparlo. È un segnale visivo e viscerale che mandi al cervello: “Ho visto i miei pensieri, li ho riconosciuti, e adesso posso lasciarli andare”.

In conclusione, quale augurio o parola chiave si potrebbe lasciare ai lettori/ascoltatori per vivere questo settembre non come un rientro ai doveri ma come un’opportunità di nuova consapevolezza?

La parola chiave che desidero lasciare è PERMESSO. Auguro a ciascuna lettrice e a ciascun lettore di darsi, in questo mese di settembre, il permesso di non dover dimostrare nulla a nessuno. Il permesso di rientrare nei ritmi con la propria velocità, di non azzerare le liste delle cose da fare entro il primo del mese, di lasciare indietro gli standard d’efficienza insostenibili e di dire qualche NO a testa alta e senza sensi di colpa. Settembre viene spesso vissuto come un “secondo Capodanno”, carico di aspettative e liste di buoni propositi che rischiano di trasformarsi in nuovi doveri. Ma se cambiamo sguardo settembre può diventare il tempo della cura ritmica: il momento in cui non ci limitiamo a riempire l’agenda, ma decidiamo cosa merita davvero di stare al suo interno. Il mio augurio più sincero è di smettere di “ritagliarsi” il tempo come se fosse un avanzo e di iniziare a considerarsi la priorità da cui parte tutto il resto. Perché solo quando impariamo a custodire la nostra luce e la nostra energia possiamo essere davvero presenti, con gioia per le persone e per le passioni che amiamo.

Grazie alla Dott.ssa Angela Maria Bertucci, counselor (Contatti: 338.7537808 . email: bertucciangelamaria@gmail.com). La dottoressa Bertucci riceve presso SienaSalute su appuntamento. 

BIOGRAFIA

Master in Counseling Gestaltico presso la Scuola Superiore Europea ASPIC a Firenze conduce da diversi anni gruppi di counseling aziendale per aiutare le persone a gestire emozioni e relazioni difficili, stress ed ad aumentare la loro assertività. Utilizza strumenti acquisiti nei corsi di perfezionamento in Art Counseling e Draming e le conoscenze sull’ Enneagramma acquisite nei due livelli del Percorso SAT della Scuola di C. Naranco.

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